7°Giovedi di Santa Rita

21 marzo 2013

O cara Santa Rita,nostra Patrona
anche nei casi impossibili e
Avvocata nei casi disperati,fate che
Dio mi liberi dalla mia presente
afflizione e allontanami l’ansietà che
preme così forte sopra il mio cuore.
Per l’angoscia,che voi sperimentaste in
tante simili occasioni,abbiate compassione
della mia persona a voi devota, che
confidentemente domanda il vostro intervento
presso il divin Cuore del nostro Gesù Crocifisso.
O Santa Rita,guidate le mie umili preghiere
emendando la mia passata vita peccatrice e
ottenendo il perdono di tutti i miei peccati,
ho la dolce speranza di godere un gioern di Dio
in Paradiso insieme con voi per tutta l’eternità.
AMEN.

O cara Santa Rita,nostra Patrona
anche nei casi impossibili e
Avvocata nei casi disperati,fate che
Dio mi liberi dalla mia presente
afflizione e allontanami l’ansietà che
preme così forte sopra il mio cuore.
Per l’angoscia,che voi sperimentaste in
tante simili occasioni,abbiate compassione
della mia persona a voi devota, che
confidentemente domanda il vostro intervento
presso il divin Cuore del nostro Gesù Crocifisso.
O Santa Rita,guidate le mie umili preghiere
emendando la mia passata vita peccatrice e
ottenendo il perdono di tutti i miei peccati,
ho la dolce speranza di godere un gioern di Dio
in Paradiso insieme con voi per tutta l’eternità.
AMEN.

Il pio esercizio dei 15 giovedi
di Santa Rita.
Questa devozione consiste nel celebrare i 15
giovedi di Santa Rita che precedono la festa della
Santa che ricorre il 22 maggio,con particolari pratiche
di pietà,quali soprattutto la meditazione di un tratto
della sua vita o di qualche sua virtù e l’accostarsi
ai santi sacramenti della Confessione e della Comunione.
Sono stati istituiti con l’approvazione della Chiesa
allo scopo di commemorare i 15 anni
che Santa Rita portò sulla fronte la dolorosa ferita,
arrecatale dalla spina,dono singolare del
Crocifisso sposo diretto della sua anima.Il santo Padre
Benedetto XV, con un Breve datato il 14 gennaio
1919 concesse l’indulgenza plenaria per ogni volta
a tutti i fedeli che confessati e comunicati interverranno
in qualsivoglia chiesa o oratorio,per i 15 giovedi
continui alle pie suppliche da tenersi pubblicamente con
l’approvazione dell’ordinario ed ivi pregheranno per la
concordia tra i principi cristiani per l’estirpazione
delle eresie,per l’esaltazione di Santa Madre Chiesa.
Inoltre,concesse l’indulgenza parziale
per ogni volta ai fedeli che nel cuore almeno
contrito interverranno alle dette preghiere
per i 15 giovedi continui.Sia l’indulgenza plenaria
che quella parziale sono applicabili a modo
di suffragio alle anime del purgatorio.

La vite rigogliosa che si può ammirare
dentro al monastero,produce ogni anno
uva bianca.E’diventata il simbolo dell’obbedienza
di Santa Rita e della sua fecondità spirituale.Rita infatti
come dice il Vangelo di Giovanni unita a Gesù vera vita
è un tralcio che produce molti frutti.La tradizione dice
che mentre Rita è novizia la superiora le chiede di
innaffiare per obbedienza una pianta secca,che si trova
nel giardino.Rita lo fa umilmente giorno per giorno,
attingendo l’acqua dal pozzo che tutt’oggi si trova accanto
alla vite.Era un compito assurdo ma Rita piegò la testa
con umiltà e lo eseguì fino a quando il tralcio di vite
tornò a germogliare.
Cosi la pianta riprende a vivere ed ha più di 200 anni.

Il dono della spina
Più volte Rita aveva chiesto al Signore di
essere messa a parte dei dolori da lui sofferti per
noi.Un giorno,mentre rinnovava più ardentemente
questa domanda davanti a un’immagine del
Crocifisso,da questo si staccò una spina dalla
corona e andò a conficcarsi
sulla fronte di Rita causandole una dolorosa
e fetida piaga,che,rimarginatasi solo per darle la
possibilità di andare a Roma con le altre consorelle
per lucrare il Santo Giubileo nel 1450,l’accompagnò
fino alla morte.Rita,non solo sopportò sempre pazientemente ma l’amò come una gemma
preziosa del suo Sposo divino.Quamto lontani dalla
sua virtù siamo noi che al più piccolo sacrificio ci lamentiamo della bontà del Signore.
La rosa sbocciata e i fichi maturati in pieno inverno.
Nel cuore dell’inverno del 1457 mentre Rita giaceva
nel suo lettuccio estenuata di forze per le
penitenze e il dolore della sua piaga,venne a visitarla
una sua parente da Roccaporena.Avendole
domandato se aveva bisogno di
qualche cosa,Rita rispose che desiderava quell’unica
rosa sbocciata nel suo piccolo giardino della sua casa.
Si pensò che delirasse,come era possibile che fiorisse
una rosa in mezzo alla neve e al gelo?Tornò la donna a
Roccaporena e quale fu la sua meraviglia quando entrata
nell’orto,vide sul più alto stelo una rosa rubiconda,che
spiccava bellamente tra il bianco lenzuolo che ricopriva
il terreno.La colse con mano tremante dalla commozione
e corse a deporla nelle mani dell’nferma che odoratala
ringraziò il Signore di questo conforto.
Poi rivolta alla parente Rita disse:”TU CHE SEI
STATA COSI BUONA DA PORTARMI QUESTA
ROSA,RECAMI ORA TE NE
PREGO QUEI FICHI CHE DIO HA FATTO MATURARE
PER ME NEL MIO MEDESIMO ORTO!”Questa
volta la donna non ebbe esitazione,corse
al paese,entrò nell’orto colse i due fichi e corse
nuovamente da Rita.Cosi in mezzo alle pene
Dio padre amoroso non nega ai suoi servi
preludio delle gioie eterne anche qualche
sollievo umano.
Non ti arrendere mai,
neanche quando la fatica si fa sentire,
neanche quando il tuo piede inciampa,
neanche quando i tuoi occhi bruciano,
neanche quando la delusione ti avvilisce,
neanche quando l’errore di scoraggia,
neanche quando il tradimento ti ferisce,
neanche quando il successo ti abbandona,
neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta,
neanche quando l’incomprensione ti circonda,
neanche quando la noia ti atterra,
neanche quando tutto ha l’aria del niente,
neanche quando il peso del peccato ti schiaccia,
stringi i pugni,sorridi e ricomincia.Preghiera per chi soffre.
O gloriosa Santa Rita,che hai partecipato
alla passione di nostro Signore Gesù Cristo
in modo prodigioso,fà che io possa accettare
con amore le pene di questa vita e proteggimi
nelle mie azioni di ogni giorno.
Intercedi per me davanti a Dio perchè la mia vita sia
come la rosa raccolta nel girdino di Roccaporena,sia
una vita sostenuta dall’amore appassionato per Gesù,
un’esistenza capace di rispondere alla sofferenza e
alle spine con il dono totale di me,per diffondere
ovunque il buon profumo di Cristo.

Discorso di Francesco I il nuovo papa

14 marzo 2013

HABEMUS PAPAM

13 marzo 2013

Annuntio vobis gaudium magnum:
HABEMUS PAPAM
Enimentissimum ac reverendissimus dominus
Sactae Romane Ecclesiae Cardinalem Bergoglio
qui sibi nomes imposuit Francesco.

5°Giovedi di Santa Rita

7 marzo 2013

Roccaporena,questo angolo dell’Umbria
che ha dato i natali a Santa Rita,come
uno scrigno custodisce i ricordi della Rita da
giovane,da sposa,da madre e dopo il
crudele assassino del marito anche come vedova.

Noi che

6 marzo 2013

Noi, che le nostre mamme mica
ci hanno visti con l’ecografia.
-Noi, che a scuola ci andavamo da soli e da soli tornavamo a casa.
-Noi, che eravamo tutti buoni compagni di classe, ma se c’era qualche
bullo, ci pensava il maestro a sistemarlo sul serio.
-Noi, che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, mamma a casa te ne
dava 2.
-Noi, che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul diar…io, a casa era
il terrore.
-Noi, che quando a scuola c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa in
tuta, tutti felici.
-Noi, che avevamo le tute lucide acetate che facevano fico, ma
erano pure le uniche.
-Noi, che la gita annuale era un evento speciale e nelle foto delle gite
facevamo le corna ed eravamo sempre sorridenti.
-Noi, che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su internet.
-Noi che al mare ci andavamo in treno la mattina e tornavamo il pomeriggio, mangiando pane e frittata.
-Noi, che non avevamo videogiochi, né registratori, né computer. Ma
avevamo tanti amici lo stesso.
-Noi, che per cambiare canale alla TV dovevamo alzarci dalla sedia e i canali erano
solo 2.
-Noi, che andavamo a letto dopo Carosello.
-Noi, che se la notte ti svegliavi e accendevi la TV vedevi solo il monoscopio
Rai con le nuvole o le pecorelle di interruzione delle trasmissioni.
-Noi, che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il piede cresceva.
-Noi, che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la bici era il più
fico e che se anche andavi in strada non era così pericoloso.
-Noi, che dopo la prima partita c’era la rivincita, e poi la bella, e poi la
bella della bella.
-Noi, che avevamo il ‘nascondiglio segreto’ con il ‘passaggio segreto’.
-Noi, che giocavamo a nomi-cose-animali-città.
-Noi, che ci mancavano sempre 4 figurine per finire l’album Panini (celò,
celò, celò, celò, celò, celò, mi manca!).
-Noi, che compravamo pane e mortadella per 100 £ire
(= € 0,050!) e non andavamo dal dietologo per problemi di sovrappeso,
perché stavamo sempre in giro a giocare.
-Noi, che bevevamo acqua dalle fontanelle dei giardini, non dalla bottiglia
PET della minerale ed un gelato costava 50 £ire (pari a € 0,025!).
-Noi, che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci
toccava riavvolgere il nastro con la Bic.
-Noi, che sentivamo la musica nei mangiadischi sui 45 giri vinile
(non nell’Ipod) e adesso se ne vedi uno in un negozio di modernariato nostro figlio
ci chiede cos’è.
-Noi, che non avevamo cellulari (c’erano le cabine SIP per telefonare) e
nessuno poteva rintracciarci, ma tanto eravamo sicuri anche ai giardinetti.
-Noi, che giocavamo a pallone in mezzo alla strada con l’unico obbligo di
rientrare prima del tramonto.
-Noi, che trascorrevamo ore a costruirci carretti per lanciarci poi senza
freni, finendo inevitabilmente in fossi e cespugli.
-Noi, che ci sbucciavamo il ginocchio, ci mettevamo il mercurio cromo, e
più era rosso più eri fico.
-Noi, che giocavamo con sassi e legni, palline e carte.
-Noi, che le barzellette erano Pierino o c’è un francese-un tedesco-un italiano.
-Noi, che c’era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto.
-Noi, che l’unica merendina era (qualche volta) il wafer Bovolone.
-Noi, che il 1° Novembre era ‘Ognissanti’, mica Halloween.
-Noi, che il Raider faceva concorrenza al Mars.
-Noi, che a scuola le caramelle costavano 5 £ire.
-Noi, che si suonava la pianola Bontempi.
-Noi, che la penitenza era ‘dire-fare-baciare-lettera-testamento’.
-Noi, che ci emozionavamo per un bacio su una guancia.
-Noi, che il Ciao e il Boxer si accendevano pedalando.
-Noi, che nei mercatini dell’antiquariato troviamo i giocattoli di quando
eravamo piccoli e diciamo “guarda! te lo ricordi?” e poi sentiamo un nodo in
gola.
-Noi, che siamo ancora qui e certe cose le abbiamo dimenticate e sorridiamo
quando ce le ricordiamo.
-Noi, che vivevamo negli anni di piombo, in mezzo ad inaudite violenze
per lotte sociali e di classe.
-Noi, che votavamo per i partiti della 1° Repubblica: MSI, DC, PRI, PLI,
PSI, PCI, e non per 70 diversi gruppi dai nomi fantasiosi.
-Noi, che trovammo lavoro tutti e subito e oggi possiamo dire com’è stato bello.
……… Noi, che siamo stati tutte queste cose e tanto altro ancora.
Questa è la nostra storia.

Via crucis

1 marzo 2013

Comunione spirituale
(per coloro che non si accostano alla
Comunione spirituale)
Gesù mio io credo fermamente che
sei presente nel Santissimo Sacramento,
Ti amo sopra ogni cosa e Ti desidero
nell’anima mia poichè ora non posso
riceverti nella Santa Comunione,vieni
almeno spiritualmente nel mio cuore
(pausa di silenzio)
Come già venuto io Ti abbraccio e mi
unisco totalmente a Te,non permettere che
mi separi mai più da Te,Eterno Padre
per le mani della Vergine Maria,Ti offriamo
il Corpo e il Sangue Preziosissimo di Gesù
Cristo per il perdono dei nostri peccati,in
suffragio dei nostri defunti,delle anime sante
del Purgatorio e per i bisogni della
Santa Madre Chiesa
AMEN

4°Giovedi di Santa Rita

28 febbraio 2013

La tradizione ci racconta che, portata alla vita religiosa, fu data in sposa ad un uomo brutale e violento che, convertito da lei , venne in seguito ucciso per una vendetta. I due figli giurarono di vendicarlo e Rita, non riuscendo a dissuaderli, pregò Dio farli piuttosto morire. Quando ciò si verificò, Rita si ritirò nel locale monastero delle Agostiniane di Santa Maria Maddalena. Qui condusse una santa vita con una particolare spiritualità in cui veniva privilegiata la Passione di Cristo. Durante un’estasi ricevette una speciale stigmata sulla fronte, che le rimase fino alla morte. La sua esistenza di moglie di madre cristiana, segnata dal dolore e dalle miserie umane, è ancora oggi un esempio.

Patronato: Donne maritate infelicemente, Casi disperati

Etimologia: Rita = accorc. di Margherita

Martirologio Romano: Santa Rita, religiosa, che, sposata con un uomo violento, sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio; in seguito, rimasta priva del marito e dei figli, entrò nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia in Umbria, offrendo a tutti un sublime esempio di pazienza e di compunzione.
Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n’è uno in particolare che riguarda s. Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.
Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.
Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.
Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante.
E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.
Frequentava anche la chiesa di S. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito, erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fà di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc.
Al contrario di s. Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio.
S. Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Per la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso, si narra che una notte, Rita come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al disopra del villaggio di Roccaporena), qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori già citati, che la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero, si cita l’anno 1407; quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita, avvenne un altro prodigio, essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente, che nel congedarsi le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena e Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto, ma la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile, ma Rita insisté.
Tornata a Roccaporena la parente si recò nell’orticello e in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata, stupita la colse e la portò da Rita a Cascia, la quale ringraziando la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 (o 1457, come viene spesso ritenuto) Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì, sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di S. Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di S. Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di S. Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.

Via crucis

22 febbraio 2013

La Via Crucis (dal latino, Via della Croce – anche detta Via Dolorosa) è un rito della Chiesa cattolica con cui si ricostruisce e commemora il percorso doloroso di Cristo che si avvia alla crocifissione sul Golgota.

L’itinerario spirituale della Via Crucis è stato in tempi recenti completato con l’introduzione della Via Lucis — che celebra i misteri gloriosi, ovvero i fatti della vita di Cristo tra la sua Risurrezione e la Pentecoste.

Via Crucis e indulgenze Nella Chiesa cattolica il pio esercizio della Via Crucis è connessa con l’indulgenza plenaria secondo le normali condizioni stabilite dalla Chiesa. Per ottenere l’indulgenza, i fedeli devono pregare sostando in ciascuna stazione, meditando sul mistero della Passione. Non vi sono particolari requisiti sulla durata della meditazione, né la necessità di utilizzare preghiere specifiche, e non è indispensabile che la meditazione corrisponda alle stazioni che sono dipinte. Ciascuna raffigurazione delle Stazioni della Via Crucis dovrebbe essere benedetta da un francescano (o dall’ordinario del luogo o da un suo delegato) e dovrebbe includere una croce di legno ad ogni stazione. Le immagini sono opzionali. La stessa indulgenza può essere applicata a chi non può materialmente visitare le stazioni purché mediti per 30 minuti sulla Passione.Quando si esegue la Via Crucis La Via Crucis rappresenta un momento di preghiera, di riflessione e un cammino penitenziale.

La celebrazione della Via Crucis è molto comune nei venerdì di Quaresima, specialmente il venerdì santo. Di frequente le celebrazioni a carattere comunitario sono accompagnate da vari canti e preghiere, molto comune come accompagnamento musicale la sequenza dello Stabat Mater Dolorosa.

3°Giovedi di Santa Rita

21 febbraio 2013

Il miracolo singolare della spina.
Era il venerdi santo del 1432,Santa Rita
tornò in Convento profondamente turbata e
dopo aver sentito un predicatore rievocare con
ardore le sofferenze della morte di Gesù e rimase a
pregare davanti al crocifisso in contemplazione,in
uno slancio d’amore Santa Rita chiese a
Gesù di condividere almeno in parte le sue sofferenze.Avvenne allora il prodigio:Santa
Rita fu trafitta da una delle spine della corona di
Gesù che la colpì alla fronte.Fu uno spasimo senza
fine e Santa Rita portò in fronte la piaga per 15 anni
come sigillo d’amore.
Vita di sofferenza.
Per Rita gli ultimi 15 anni furono di sofferenza
senza tregua,la sua perseveranza nella preghiera
la portava a trascorrere anche 15 giorni di seguito
nella sua cella “senza parlare con nessuno se
non con DIO solo”e inoltre portava anche il
cilicio che le procurava sofferenza,per di più
sottoponeva il suo corpo a molte mortificazioni:
dormiva per terra fino alla fine quando si ammalò
e rimase inferma negli ultimi anni della sua vita.
Il prodigio della rosa.
A circa 5 mesi dal trapasso di Santa Rita un
giorno di inverno con la temperatura rigida e
un manto nevoso copriva ogni cosa,una parente
le fece visita e nel
congedarsi chiese alla Santa se desiderava
qualcosa e Rita rispose che avrebbe desiderato una
rosa dal suo orto. Tornata a Roccaporena si recò nell’orticello e grande fu la
meraviglia quando vide una bellissima rosa
sbocciata,la colse e la portò a Rita.Cosi Santa Rita
divenne la santa della “SPINA” e la santa della
“ROSA”.Santa Rita prima di chiudere gli occhi per
sempre ebbe la visione di Gesù e della Vergine
Maria che la invitarono in Paradiso.Una sua
consorella vide la sua
anima salire in cielo accompagnata dagli
Angeli e contemporaneamente le campane
della chiesa si misero a suonare da sole mentre un soavissimo profumo si spanse per tutto il Monastero
e dalla sua camere si vide risplendere una
luce luminosa come se vi fosse entrato il Sole.
Era il 22 Maggio 1447.Santa Rita da Cascia
è stata beatifcata ben 180 anni dopo il suo decesso e proclamata santa a 453 anni dalla sua morte.

Via Crucis

15 febbraio 2013

La VIA CRUCIS (dal latino VIA DELLA CROCE anche
detta VIA DOLOROSA) è un rito cristiano con cui si ricostruisce e commemora il percorso dolososo di
Cristo che si avvia alla crocifissione del Golgota.
Essa è formata da 14 stazioni:
1) Gesù è flagellato,deriso e condannato a morte.
2) Gesù è caricato della croce
3)Gesù cade per la prima volta
4)Gesù incontra sua madre
5)Gesù è aiutato a portare la croce da
Simone di Cirene
6)La Veronica asciuga il volto di Gesù
7)Gesù cade per la seconda volta.
8)Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme
9)Gesù cade per la terza volta
10)Gesù è spogliato dalle vesti
11)Gesù è inchiodato sulla croce
12)Gesù muore in croce
13)Gesù è deposto dalla croce
14)Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro
Via Crucis.
Il pio esercizio della VIA CRUCIS
rinnova il ricordo dei dolori che il
DIVINO REDENTORE patì nel tragitto
dal pretorio di Ponzio Pilato,dove fu
condannato a morte fino al monte
Calvario dove per la nostra salvezza
morì in croce.